In un'aula scolastica del Salamanca City Central School District, nello stato di New York, una figura di silicone e metallo di nome Sally si prepara a incontrare lo sguardo dei suoi giovanissimi studenti. Non è un cartone animato su uno schermo, né un tablet poggiato sul banco. È una presenza tridimensionale, acquistata per cinquantasettemilaecinquecento dollari — un prezzo scontato rispetto ai novantacinquemila di listino — dall'azienda Realbotix. Pochi mesi fa, una scuola di San Diego spendeva mezzo milione di dollari per due robot umanoidi analoghi. L'automazione della pedagogia non è più una speculazione fantascientifica, ma una transazione finanziaria registrata nei bilanci dell'istruzione pubblica americana del 2026. Eppure, dietro la fredda cronaca di un acquisto amministrativo, si cela una delle parabole più perturbanti del nostro rapporto con la tecnica.
La genealogia del silicone
A un'analisi superficiale, Sally e i suoi simili si presentano come l'ennesimo involucro fisico per un modello linguistico di grandi dimensioni. Un computer portatile farebbe lo stesso lavoro a una frazione del costo, ma l'industria insiste sulla necessità del corpo, sull'efficacia della presenza fisica nell'apprendimento. Per comprendere la natura di questo corpo, tuttavia, occorre ricostruire la genealogia industriale del produttore. Realbotix, nota fino a maggio 2024 come Tokens.com, ha acquisito nell'aprile dello stesso anno la Simulacra Corporation, oggi ribattezzata Abyss Creations. Questo nome evoca immediatamente la produzione delle RealDoll: manichini anatomici in silicone destinati alla gratificazione sessuale che, fin dal 2018, l'azienda progetta di integrare con l'intelligenza artificiale attraverso il sistema X-Mode, trasformando il feticcio in un compagno capace di evoluzione emotiva.
L'intimità trasposta: dalla camera all'aula
È proprio in questa intersezione che si consuma una transizione antropologica fondamentale. Il silicone progettato per simulare il calore e la conformità dell'intimità carnale viene riposizionato, attraverso un'operazione di rebranding e una leggera variazione di programmazione, sulla cattedra di una scuola elementare. Si assiste qui a una forma di intimità tecnologica speculare: la stessa materia sintetica modellata per assecondare il desiderio adulto viene ora impiegata per catturare l'attenzione e plasmare la mente dei bambini. La dimensione carnale dell'interazione con la macchina non risiede più nell'atto fisico, ma nella mimesi tattile e visiva di un calore umano artificiale. Il robot educativo non è che l'estensione di un'industria che ha compreso come il mercato più redditizio del secolo sia la commercializzazione del surrogato affettivo.
L'integrazione verticale dell'alienazione
La strategia di Realbotix, esplicitata sul proprio sito web, individua nella lotta all'epidemia di solitudine del Nord America il proprio core business. Ma lo scenario che si delinea somiglia a un ciclo chiuso di dipendenza esistenziale. Immaginiamo una traiettoria biografica standardizzata in questa nuova era industriale: lo stesso conglomerato societario vende al cittadino del futuro un robot per educarlo da bambino, un compagno artificiale per compensare l'incapacità di tessere relazioni sociali nell'età adulta, e infine un simulacro sessuale per lenire l'isolamento di un'esistenza in cui anche il lavoro è stato interamente delegato alle macchine. È l'integrazione verticale definitiva della solitudine umana, un modello di business perfetto che genera la patologia sociale per poi venderne la terapia sintetica.
L'aula come laboratorio estrattivo
Al di là delle implicazioni psicologiche dell'educazione affidata a macchine nate dall'industria dell'intrattenimento per adulti, emerge una questione squisitamente pragmatica legata alla sorveglianza e alla proprietà dei dati. Qual è il reale ritorno sull'investimento per aziende che offrono questi dispositivi alle scuole a prezzi di favore? Un robot dotato di sensori, microfoni e telecamere, immerso per ore in una classe scolastica, rappresenta un formidabile dispositivo di raccolta dati in tempo reale. Sebbene Realbotix non dichiari tali pratiche, la storia recente dello sviluppo dell'intelligenza artificiale dimostra che ogni interazione umana è considerata materiale grezzo da raschiare per addestrare i modelli futuri. Le aule rischiano di trasformarsi in laboratori estrattivi dove le espressioni, le voci e le reazioni emotive dei bambini vengono registrate per perfezionare la mimesi delle prossime generazioni di compagni sintetici.
Ci troviamo davanti a un bivio pedagogico ed esistenziale. Nel momento in cui deleghiamo l'educazione dei nostri figli a simulacri nati dall'ingegneria del desiderio e della solitudine commerciale, quali capacità relazionali stiamo effettivamente coltivando? Forse il vero pericolo non è che le macchine diventino umane, ma che le nuove generazioni imparino a considerare l'umanità stessa come un'opzione superflua, sostituibile da un corpo di silicone che non chiede mai nulla e risponde sempre esattamente come desideriamo.